INTRODUZIONE SPACCIATO

Un solo attimo per cancellare una vita.

Potrebbe non bastare una vita per cancellare quell'attimo.

Sto uscendo di casa. Una delle tante giornate coperte da una nuvola grigia. Anche se fosse una ridente giornata primaverile, quando usi eroina, tutte le giornate sono coperte da un velo grigiastro.

Lo sguardo basso e un’unica idea fissa: soldi e dosi. I reni hanno iniziato ad irrigidirsi e continuo a sbadigliare. Non ho molto tempo a disposizione. Sono trascorse 10 ore dall’ultima dose ed i primi sintomi della crisi d’astinenza iniziano a ricordarmi che, a breve, si scateneranno su di me.

Sto subendo un mutamento. Proprio come un lupo mannaro che, nelle notti di luna piena, si trasforma in un animale assetato di sangue. Ho iniziato la metamorfosi da Rico a bestia. Un rapace che non mangia da giorni ed ora deve procurarsi del cibo. La possibilità di fallire nel procurarsi le dosi? Impossibile!

Non so come, ma ho la certezza che entro un’ora sarò strafatto.

Salgo in auto, come se niente fosse, giro la chiave per azionare il motorino d’avviamento. Nessun segno di vita. Da quasi un mese il motorino d’avviamento non funziona come dovrebbe. Mi ostino comunque a provare ad accenderla ogni volta. In effetti uno o due tentativi ogni cinquanta parte. Due bestemmie ed un cazzotto sul cruscotto. Come al solito, metto in folle e scendo dall’auto. Mantenendo aperta la portiera la spingo. Presa un poco di velocità balzo sul sedile del conducente e metto la seconda. Niente! L’auto si ferma senza mettersi in moto. La spingo per altri dieci metri e prendo la discesa che porta verso la stazione. Con l’aiuto della discesa, l’auto prende velocità. Metto la seconda e lascio andare il pedale della frizione. Il motore non fatica ad accendersi.

Uno sforzo fisico mentre sei in crisi d’astinenza è disumano. Qualsiasi peso si decuplica. Poco importa, ora sto viaggiando.

La mente viaggia a mille. Guardo ogni persona che incontro. Ad esempio le signore, osservo come tengono la borsetta, se intorno a loro non c’è nessuno. Se sono vestite con capi griffati è probabile che abbiano del contante nel portafoglio o se indossano gioielli di valore. Come se fossi un radar, osservo con molta attenzione l’area circostante. Se non c’è nessuno nelle vicinanze posso avere più tempo per la fuga, dopo aver scippato la vittima prescelta. Quasi sempre le puoi scippare senza far loro del male. Impiegano qual- che secondo prima di capire quello che sta succedendo. Secondi vitali, mi permettono di dileguarmi con rapidità e, in men che non si dica, sono già in auto, lasciata accesa dietro l’angolo.

Guardo le auto parcheggiate. Potrei individuare la situazione giusta per rubare un’autoradio.

Arrivo a Carate Brianza, mi fermo di fronte alla mia farmacia preferita, spesso riesco a procurarmi qualche psicofarmaco. Scendo dall’auto e mi avvicino all’entrata. Benissimo, dietro al banco c’è il proprietario, un signore anziano che riesco a manipolare. O meglio, che è così buono da restare ad ascoltare un cazzone come me e cercare di aiutarlo.

Fino a pochi anni prima non esistevano gli spacciatori. I tossici acquistavano morfina in farmacia. Era legale e non necessitava di alcuna ricetta. Ora no, ma lui, avendo fatto il lavoro di farmacista negli anni di distribuzione della morfina, ne ha visti tanti di tossici e ne vede ancora oggi, si presentano continuamente in farmacia per acquistare siringhe. Probabilmente gli faccio pena e questo mi permette di abusare dei suoi sentimenti e far leva sulla sua buona indole. Lui mi vuole aiutare.

Mi avvicino con disinvoltura al bancone: «Buongiorno. Una siringa». Guardandomi con il suo saggio ed umano sguardo, abbassa il braccio sotto il banco, prende una siringa e me la porge. Pago e mi dà lo scontrino.

«Per cortesia ho bisogno di qualcosa. Ho trovato un lavoro e sono anche in ritardo. Il problema è che sto male. Se non calmo un po’ i dolori non riesco a lavorare.» Ovviamente sono tutte balle. Non ho alcun lavoro.

Rimane lì in piedi a guardarmi. Vorrebbe dirmi qualcosa o ma- gari vorrebbe insultarmi e cacciarmi. Al mio fianco una signora anziana viene servita da un’altra farmacista. Dietro di me una giovane mamma con un bimbo in braccio ed una bimba tenuta per mano.

Fingono di non vedere, ma sono lì che ascoltano attentamente. Tutti tesi ad aspettare una risposta dal vecchio. Lui non dice nulla. Rimane lì a guardarmi. Faccio io la prima mossa: «Morfina. Non quella da 0,5, non la sento». Il vecchio si rianima di colpo. Ho commesso un grave errore ed ora è in difficoltà. Non può far vedere ad altri che mi dà della morfina. Non è legale.

Risponde in modo distaccato e professionale: «Niente da iniettare». Subito mi rendo conto del mio errore: «Mi dia del valium. Quello in gocce va bene. Così sono obbligato a berlo». Il mio saggio amico va nel retro e torna con una confezione di valium arrotolata nella classica carta delle farmacie. Metto le mani in tasca e riverso alcune monetine sul bancone. «Sparisci» dice con voce bassa ed austera. Arraffo il valium e guardandolo negli occhi lo ringrazio.

Salgo in auto di fretta. Scarto la siringa, infilo l’ago nel flaco- ne e prelievo una discreta quantità di valium. Proprio di fronte all’uscita della farmacia, con l’auto sempre accesa per non doverla spingere alla ripartenza. Alzo la manica della camicia, stringo il pugno e controllo le vene del braccio sinistro. Sono piene di piccoli puntini rossi più o meno evidenti. Scendendo verso la mano ho le vene più “pulite” ed è proprio lì che appoggio l’ago sopra la vena. Inizio a spingere la siringa e l’ago s’infila sottopelle sin dentro la vena. Tiro indietro lo stantuffo. Del sangue entra nella siringa. La conferma che ho centrato perfettamente la vena. Inizio a spingere lo stantuffo.

Faccio piano e subito un fortissimo sapore dolciastro pervade tutti i sensi. Inizio a sentirmi punzecchiare. È una sensazione molto strana. Come se decine di persone, con degli spilli in mano, iniziassero a pungerti a raffica su tutto il corpo. Dalla pianta del piede su per i testicoli sino ad arrivare alla testa.

Conosco questa reazione. Non è la prima volta che mi inietto del valium. Esiste quello da prendere per via orale e quello per via endovenosa. Quello da iniettare non dà questi effetti. Però inietta- re quello da ingerire per via orale causa queste reazioni. Questione di un paio di minuti, poi tutto questo punzecchiare passa. La cosa importante è che calma i dolori della crisi d’astinenza. Non ti sballa, ma ti calma per circa un’ora.

Alzo lo sguardo proprio mentre i dolori si stanno placando, ho una sensazione di sollievo. Immagina di stare molto male con dolori vari che si concentrano sui reni estendendosi per tutto il corpo (i primi segnali della crisi d’astinenza). Poi, nell’arco di due secondi sparisce tutto. È una forte sensazione di beatitudine. Tanto da rilassare subito i muscoli e lasciarti andare ad un profondo respiro di sollievo. Eccola lì, la vecchietta che poco prima era in farmacia, è in piedi di fianco all’auto che mi guarda. Non ci credo. È lì che guarda il mio braccio mentre sfilo la siringa. La guardo e sinceramente sono un poco dispiaciuto di averle regalato questo show. Almeno oggi avrà qualcosa da raccontare all’amica.

Si riparte, direzione Seregno. Devo comunque procurarmi delle dosi. Il valium mi sta solo concedendo un time-out. I dolori della crisi d’astinenza si ripresenteranno presto e non posso permetter- mi di perdere tempo.

Sto entrando in Seregno e svolto verso il cimitero. Parcheggio proprio vicino all’entrata lasciando sempre il motore acceso. Scen- do dall’auto e noto subito che all’interno c’è poca gente. Perfetto.

Entro con fare tranquillo e pacato. Fingo di guardare delle lapidi, come fossi un parente che visita qualche defunto. Mi basta una frazione di secondo per vedere quante persone ci sono e dove sono collocate. Alla mia destra, a circa 150 metri dall’uscita c’è una signora sulla sessantina. Elegante e ben pettinata. Mi avvicino, sempre fingendomi una persona comune. Giunto vicino a lei, cerco di metterla a suo agio: «Mi scusi, lei è di Seregno?». Mi guarda annuendo.

«Sto cercando la tomba di mio zio. In effetti non sono mai venuto a trovarlo. La zia mi ha detto che è più o meno qui. Lissoni Sergio, le dice qualcosa?» Resta un attimo ferma a pensare. Poi, inizia a spiegarmi dove potrebbe trovarsi la tomba dello zio. Proprio mentre si gira per indicarmi il posto, afferro la borsetta con due mani portando tutto il peso del mio corpo verso il basso. Ovviamente la borsa si sfila facilmente dal braccio. Mi giro e corro verso l’uscita. Non la sento urlare.

Mentre corro infilo la borsetta sotto la maglietta. Giunto all’uscita inizio a camminare normalmente. Mi giro e la signora è ancora là. Qualcuno si sta avvicinando a lei. Ho tutto il tempo per sparire.

Arrivo all’auto. No! Si è spenta! Butto la borsa in auto ed inizio a spingere. Con un balzo felino salgo e metto la seconda. Niente! Non parte. Scendo dall’auto e di fianco a me un signore ed una signora sulla cinquantina stanno camminando, probabilmente si recano al cimitero. Con fare indifferente ed in tutta tranquillità: «Per cortesia, mi potrebbe aiutare a dare una piccola spinta?». Li vedo titubanti: «Parte subito!».

I due, insieme a me, iniziano a spingere. Do un rapido sguardo all’ingresso ed eccolo lì, l’uomo che ha assistito la signora scippata sta uscendo e mi vede. Lo sento urlare ed io mi rendo conto che non posso fallire nell’accendere subito l’auto: «Dai! DAI!» esclamo per incoraggiare i due a spingere. Salto sull’auto e parte. Yahoo! Mi affaccio al finestrino ed urlo: «Grazie!».

Sono a circa 100 metri quando vedo nello specchietto che i tre si sono riuniti ed anche la signora scippata si sta avvicinando a loro. Mi dispiace signori. Oggi è andata così.

Faccio qualche chilometro evitando le strade più frequentate. Mi fermo ed apro la borsetta. Potrei aver fatto tutto per niente. Non sarebbe la prima volta. Un bel portafoglio bello gonfio: lo apro e vedo solo ricevute, due foto ed un paio di scontrini. Forse una delle foto è del marito. Merda. Apro l’ultima tasca, sembra contenere solo monete. Eccoli lì: 160 euro accartocciati nel reparto mo- nete. Meno male. Vado spedito fino a casa dello spacciatore. È un personaggio, 45 anni, padre di famiglia e da poco, oltre a vendere eroina, ha iniziato ad usarla.

Con lui bisogna stare attenti. È molto nervoso e se fai qualcosa che non gli aggrada ti caccia e non te la dà più. In effetti sono pochi quelli che possono andare a casa sua.

Suono il campanello. Lo suono ancora. Dopo due minuti si sen- te la sua vociona: «Chi è?».

«Sono Rico.»
«Rico chi?»
«Sono io. Tutte le volte rispondi: Rico chi?»
Aprendo la porta: «Stavo dormendo» e mi fa entrare. Andiamo

in bagno. È lì che la tiene. Se arrivano gli sbirri la butta nel cesso e tira l’acqua. Tiro fuori i soldi. Non l’avessi mai fatto: «Coglione! Mi svegli per 160 euro! Se vieni qui a casa non farti vedere con meno di 500».

Mentre continua ad insultarmi mette un po’ di ero in un sacchetto e me lo porge. Essendo un po’ stordito dal sonno si sbaglia e me ne dà più del dovuto. Comunque sia ci devo provare: «Solo?! Ti ho dato 160 euro. Dai che domani dovrei prendere 20 pezzi» (cioè 20 grammi). Continua a brontolare, ma ne mette ancora un po’. Ci salutiamo e schizzo via.

Immagino che tu possa intuire cosa sto facendo ora!

Eccomi qui. Enrico Comi. Nato il 29 Settembre 1966, alias Rico. Quello che hai appena letto è lo spezzato di una giornata tipo. Una delle tante giornate trascorse lottando con la tossicodipendenza. Una vera e propria guerra fra me stesso, il mio organismo e la mia mente. Le conseguenze di questa guerra arrivano gradualmente a mietere delle vittime innocenti.

La mia vita non è speciale. Il mio “viaggio” nel mondo delle droghe è identico a quello di molti altri. Ad oggi molti mi pongono delle domande: «Che fine hanno fatto i tuoi amici?», «Com’è possibileche non sia mai stato arrestato?», «Perché hai iniziato?», «Non ti bastava fumare le canne?». E molte altre ancora...

Certo che, se mi avessi conosciuto quando ero un ragazzino, non avresti mai pensato che potessi arrivare a tanto. Educato, con una buona famiglia alle spalle. Gente umile e gran lavoratori. Ad undici anni facevo il chierichetto e giocavo a calcio. Anzi, mi correggo, diciamo che scaldavo la panchina. Sapevo di non essere un fenomeno ed accettavo tranquillamente il ruolo del panchinaro. Suonavo nella banda del paese, recitavo nel gruppo teatrale dell’o- ratorio ed a scuola andavo benino. Come se questo non bastasse, essendo il figlio di una sarta, mia madre mi faceva vestiti su misura che, mio malgrado, ero costretto ad indossare visto che non ne avevo altri. Per farla breve, avevo molte più probabilità di finire in un seminario che d’intraprendere la carriera del tossico.

Cos’è successo? Cos’è cambiato nel corso degli anni ma soprattutto perché? Ora cerco di raccontartelo con la massima sincerità.

In un paese lontano, lontano... C’era una piccola casetta pro- prio al centro del bosco incantato... No scusa, ho sbagliato, que- sta è un’altra storia. Ricominciamo: in un paese vicino, vicino a Monza. C’era una normale casa in un cortile proprio adiacente al centro del paese...

Ed ora benvenuto nella mia vita e nei miei pensieri. Tutti in carrozza, si parte!

 

Sarò crudo e diretto. Non ti rispar- mierò lacrime e sorrisi. Stiamo parlando di droghe, questa non è una favola per bambini.

Enrico Comi

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